Una tazza di tè

Questo spazio digitale nasce da una necessità concreta: mettere in ordine alcune domande che attraversano il mio lavoro quotidiano nel campo culturale.

In questa rubrica, Una tazza di tè, provo a fare una cosa semplice ma non scontata: usare ciò che vedo in scena per interrogarmi su come nascono i progetti, su come si costruiscono le collaborazioni, su quali condizioni rendono possibile un lavoro artistico nel tempo.

Non scrivo recensioni e non cerco giudizi definitivi. Scrivo a partire dai processi, dalle conversazioni con artisti e artiste, dalle scelte produttive che osservo.

Per iniziare, parto da Safari, visto a Campo Teatrale a Milano, non per raccontarlo, ma per usare il suo processo come lente su una domanda che negli ultimi mesi mi sembra tornare spesso in scena.

Analizzare i temi che tornano in scena non serve tanto a individuare delle “tendenze”, quanto ad avere una misura di ciò che, in un dato momento, appare urgente.
Non credo che quando si realizza uno spettacolo si abbia sempre chiaramente in testa ciò che accade nel mondo, né che ci sia una volontà esplicita di commentarlo. Ma è inevitabile essere attraversati da un sentire comune, da domande che circolano, da un clima che filtra nei processi creativi.

In questo senso, osservare i temi diventa interessante non per replicarli, ma per capire come prendono forma nel lavoro concreto.

Negli ultimi mesi, andando a teatro, mi accorgo che molti lavori sembrano attraversati da un tema ricorrente: l’eredità.
Non l’eredità come fatto patrimoniale, ma come domanda più profonda:
che cosa ci resta?
che cosa ci viene lasciato?
e soprattutto, che cosa scegliamo di farne?

In un presente che consuma tutto rapidamente, interrogarsi sull’eredità significa interrogarsi sul tempo: su ciò che resta, su ciò che resiste, su ciò che continua a chiederci una presa di posizione anche dopo una perdita.

È dentro questo orizzonte che ho visto Safari.

Alla morte della madre, Wanda richiama suo fratello Martino per gestire la casa ricevuta in eredità. I due non si vedono da quindici anni. La casa d’infanzia diventa lo spazio in cui fare i conti non solo con una perdita, ma con una relazione interrotta e con una storia familiare rimasta in sospeso.

Quello che mi interessa, però, non è raccontare la trama o valutare l’esito dello spettacolo.

Mi interessa il tipo di processo che rende possibile questo racconto e che riconosco come vicino al mio modo di pensare e accompagnare i progetti.

Le persone coinvolte in Safari non costituiscono una compagnia in senso stretto.
Chiarastella Sorrentino, Carlo Galiero, Giulia Chiaramonte, Loris De Luna, Rosita Vallefuoco, Filippo Conti e Sebastiano Cautiero lavorano tutti per e con altri progetti, attraversando contesti produttivi diversi.

Il modello di compagnia stabile, che in altri momenti storici ha rappresentato un luogo di continuità e crescita condivisa, oggi ha perso forza. Non per una mancanza di visione, ma per l’impossibilità concreta di sostenerla economicamente nel tempo. Tenere insieme un gruppo in modo continuativo richiede risorse e possibilità di progettazione a lungo termine che, sempre più spesso, non sono disponibili.

In questo scenario, Safari nasce come una convergenza consapevole. Il gruppo di lavoro non è identico a quello del progetto precedente (Meridiani), ma presenta elementi di continuità: sono in gran parte le stesse persone, con alcuni cambiamenti che si innestano nel tempo. Una configurazione che evolve, più che un nucleo che si ricostituisce da zero.

Non esiste un’identità di compagnia da preservare.
Esiste piuttosto un accordo temporaneo, fondato sulla fiducia e sulla chiarezza dei ruoli, che permette a singole professionalità di mettersi in relazione dentro una ricerca comune.

Un modo di lavorare che non elimina la continuità, ma la sposta: non nella forma stabile, bensì nei processi.

Chiarastella Sorrentino, che firma la regia, è stata molto chiara fin dall’inizio: si parte dal testo, e solo dopo si arriva alla scena. Una scelta che oggi non è affatto scontata, in un panorama spesso dominato dalla fretta e dalla frammentazione dei processi.

Il primo nucleo di lavoro nasce infatti da un tema da attraversare.
È una proposta che prende forma a partire dal dialogo tra Chiarastella e Carlo Galiero, che cura la scrittura: non un concept chiuso, ma una domanda aperta, un terreno comune su cui iniziare a camminare. Il testo non arriva come qualcosa di definitivo da “mettere in scena”, ma come una materia viva, destinata a essere attraversata.

Da lì il lavoro si sposta in residenza, ed è in quel tempo condiviso che il progetto prende davvero corpo.
Le scene non vengono semplicemente provate, ma costruite insieme: attraversate, smontate, ricomposte.

I passaggi tra una parte e l’altra non sono dati per scontati, ma diventano oggetto di lavoro tanto quanto le parole, i silenzi, i gesti.

È un processo che tiene insieme scrittura e scena, ma soprattutto le persone.
Giulia Chiaramonte e Loris De Luna portano in prova percorsi e sensibilità diverse che non vengono uniformate ma messe in relazione. Allo stesso modo, il lavoro visivo e sonoro non arriva come strato successivo ma entra nel processo fin dall’inizio: le scene di Rosita Vallefuoco, il progetto sonoro di Filippo Conti e il disegno luci di Sebastiano Cautiero contribuiscono a costruire un linguaggio condiviso, senza sovrapposizioni inutili.

Non sono una compagnia in senso stretto, ma lavorano molto bene insieme.
Questo non è un dettaglio organizzativo: è una posizione sul lavoro. Il gruppo non esiste “a prescindere”, ma prende forma nel tempo del progetto, attraverso la fiducia, l’ascolto e la responsabilità reciproca.

Non esiste un’identità di compagnia da preservare, né un’estetica da replicare.

Safari è il loro secondo spettacolo nell’arco di quattro anni.
Il gruppo di lavoro non è identico a quello del progetto precedente ma sono in gran parte le stesse persone.

Qualcuno potrebbe dire che sono pochi gli spettacoli prodotti.
Io credo invece che questa osservazione racconti molto bene uno dei grandi nodi del nostro presente: l’iperproduttività.

Viviamo immersi in un sistema che ci chiede di produrre continuamente. Così il debutto non è più l’inizio di un percorso, ma spesso il suo punto di arrivo. Anche perché la distribuzione, oggi, è fragile, intermittente, incapace di sostenere il tempo lungo dei lavori. I distributori esistono, certo, ma a volte sembrano figure mitologiche proprio per il grande sforzo che devono compiere.

In questo contesto, Safari mi appare come un esempio concreto di un’altra possibilità: un progetto che si prende tempo, che costruisce un team capace di attraversare i linguaggi della scena dalla scenografia al suono, dalla luce alla drammaturgia senza accelerazioni forzate, senza sovrapposizioni inutili.

Applicare questa idea al teatro significa riconoscere che un lavoro non è solo il suo debutto ma l’insieme di scelte, incontri, tentativi, fiducie che lo hanno reso possibile. Safari esplora proprio questa possibilità: costruire rifugi affettivi attraverso la cura delle relazioni e della comunicazione come alternativa all’isolamento e alla funzionalità che dominano il nostro presente.

In questo senso, alcuni passaggi sono stati decisivi.
La selezione lo scorso anno al Campania Teatro Festival ha rappresentato un acceleratore importante: non tanto come vetrina, quanto come occasione concreta per dare una direzione e una scansione al lavoro, concentrando le energie e portando il materiale a un primo livello di compiutezza.

A questo si è aggiunta poi l’opportunità della produzione diretta di Campo Teatrale. Debuttare a Milano e poter restare in scena più a lungo ha inciso profondamente sul progetto: non solo in termini di visibilità, ma di possibilità di ascolto, di aggiustamento, di sedimentazione.

Un tempo che oggi è sempre più raro, ma che qui diventa parte integrante del lavoro.

Applicare questa idea al teatro significa riconoscere che un lavoro non è solo il suo debutto, ma l’insieme di scelte, incontri e tentativi che lo hanno reso possibile.

Per questo continuo ad andare a teatro. Non solo per vedere spettacoli, ma per osservare come nascono, come si strutturano, quali visioni del lavoro e del mondo portano con sé.

Campo Teatrale, in questo periodo, è uno dei luoghi in cui questo sguardo si esercita più spesso: non come consumo culturale, ma come pratica di ascolto.

Questo testo non è una recensione e non è una conclusione.
È un primo appunto.

Un modo per mettere in relazione ciò che vedo in scena con il mio lavoro quotidiano e con le domande che tornano progetto dopo progetto.
Da qui in poi, questo spazio servirà a fare proprio questo: osservare, attraversare, restituire.

E se vi ho incuriosito, andate a teatro e poi ne parliamo davanti una tazza di tè.

Spettacolo visto a Campo Teatrale il 27 gennaio 2026.

SAFARI 

Uno spettacolo di Carlo Galiero
Con Giulia Chiaramonte e Loris De Luna
Regia di Chiarastella Sorrentino
Drammaturgia Carlo Galiero
Scene Rosita Vallefuoco
Progetto sonoro Filippo Conti
Disegno luci Sebastiano Cautiero
Produzione Campo Teatrale, Bluemotion

Si ringrazia Arianna Pozzoli, CTC – Centro Campano, Spazio Okapi

Premi
Vincitore Premio Theatrical Mass 2025 – Campo Teatrale

Foto in copertina Irma Ticozzelli